sogno san francesco
Poi riprova a realizzare le grandi cose a cui si sente chiamato. Si arruola per una spedizione nelle terre di Puglia; gli occhi del padre lo accarezzano fieri quando lo vede vestito nella nuova armatura; gli amici delle feste lo salutano invidiosi. E finalmente riparte. Fa poca strada, fino a Spoleto e la sua avventura si infrange contro un sogno. Sogna un castello pieno d’armi: ma tutte quelle grandi cose a chi appartengono, al padrone o al servo? Nel sogno una voce: Francesco, ritorna ad Assisi. È la sconfitta e la resa più bruciante di quella di Collestrada perché senza le ferite della battaglia. Gli anni passano, il giovane è ormai uomo e le ferite le ha dentro, invisibili ma profonde: gli restano solo i sentieri solitari per sfuggire l’ironia della gente, le battute delle ragazze, lo scherno degli amici.Un giorno si sente attratto dai ruderi di una chiesetta e lì scorge un crocifisso impolverato e abbandonato, ma che lo aspettava pazientemente. “Francesco, va’ e ripara la mia chiesa”.
E così quelle mani delicate e scarne, incapaci di stringere con forza l’elsa di una spada, si sporcano, si graffiano, si ornano di calli. Ma Dio non ha bisogno di muratori perché la sua casa è fatta di anime o meglio di persone.
I poveri e i lebbrosi diventano la compagnia preferita di Francesco, a loro riserva tutte le attenzioni e i soldi della bottega del padre.
Pietro di Bernardone, che aveva puntato tutto su quel figlio, aveva chiuso un occhio su tutte le sue stravaganze, ma adesso la sua pazienza aveva colmato la misura e incominciava a montare una rabbia furiosa, incontrollabile. Era necessaria un’azione di forza per farlo tornare in sé, davanti a tutti, anche per non perdere la faccia. E Francesco, spogliandosi, reagisce con il gesto più radicale e più liberatorio che potesse fare, iniziando una nuova vita e assumendo una nuova identità: “D’ora in poi potrò dire liberamente: Padre nostro che sei nei cieli, non padre Pietro di Bernardone”

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