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L'omelia del Custode, fra Marco Moroni, alla S. Messa​ in Coena Domini -

«Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1). Avendo amato… amò. Gli erano stati affidati e lui li aveva scelti e chiamati a sé, si era fidato di loro. Senza attese da parte sua, solo donando amore. Aveva vissuto con loro un tempo sufficientemente lungo perché quei dodici imparassero a conoscerlo, perché condividessero con lui esperienze fondamentali. Aveva parlato loro di se stesso come pane della vita, come figlio amato. C’era tra loro consuetudine, familiarità, quotidianità condivisa. Loro lo avevano visto pregare il Padre, sfamare le folle, compiere segni, dare la vista e ridare la vita. Gli avevano riconosciuto la compassione negli occhi. Lo avevano visto piangere per la morte dell’amico. Avevano percorso con lui le strade della Palestina verso quella meta. Lui, paziente, resiliente, non era venuto meno, non si era perso d’animo di fronte alle loro incomprensioni, ma aveva proseguito dritto il suo cammino, con loro. Aveva accolto le loro domande, rispettato i loro cammini, sopportato le loro sbandate, le smanie di protagonismo; li aveva messi in guardia davanti all’avversario. Li aveva amati, semplicemente, e aveva pregato per loro.

E ora «avendo amato i suoi, li amò fino alla fine» (Gv 13,1). Il mistero di un amore che non si vanta, non si gonfia, che non tiene conto del male ricevuto, che tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta… (cf 1Cor 13,4-7). L’infinito mistero di un amore che non è mai abbastanza, che non si accontenta di aver amato, ma vuole amare ancora, infinitamente. Quell’esercizio di amore donato e ricevuto ora raggiungeva il culmine. Non solo la fine, ma il fine, il compimento. Fino alla fine, fino a compiere ogni giustizia (cf Mt 13,15), ad ogni costo. A costo della vita. Amore smisurato ed eccessivo.

Quali sentimenti si muovevano nel cuore di Gesù mentre lavava loro i piedi, «sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre» (Gv 13,1)? Possiamo immaginare il nodo alla gola, mentre si preparava al dono di sé, mentre si disponeva all’obbedienza definitiva al Padre e prendeva tra le mani i piedi di Andrea, di Filippo, del discepolo amato. E poi quelli di Pietro, e quelli di Giuda… Per ciascuno nel suo animo la conoscenza, l’amicizia, la condivisione, il perdono. Quei piedi avevano camminato assieme i suoi piedi, erano altrettanto affaticati e impolverati. Quali sentimenti provava il Signore della vita mentre offriva la sua vita, corpo e sangue, perché la loro vita ne diventasse memoria vivente? Possiamo immaginare cosa sentiva mentre distribuiva la sua vita e anche a colui per mezzo del quale fu possibile che gli fosse tolta la vita, e mentre la notte incombeva, minacciosa e ostile. Nessuna recriminazione, nessuna vendetta, nessun rimprovero da parte sua, solo dono. Per ciascuno dei suoi, nessuno escluso, era quel dono. Per ciascuno di noi che ancora lo ricordiamo e ancora lo riceviamo.

Un dono che necessariamente diventa richiesta, compito, impegno, responsabilità. «Anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri (Gv 13,14)». E ancora, lo dirà più tardi, in quella cena: «amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12). Nessuna attesa per sé. Solo che si amino tra loro, solo che tra loro si servano, solo che tra i suoi, tra noi, viga la pratica del servizio e dell’amore vicendevole. È realtà da vivere, non solo da celebrare. Ciò che viviamo nel segno liturgico ha bisogno di diventare prassi quotidiana da esercitare, impegnativa sì, ma non impossibile. Altrimenti sarebbe una menzogna, una contraddizione. Proprio perché è vissuta settimanalmente e per molti di noi quotidianamente come azione sacramentale, per l’essenza stessa del sacramento vuole diventare vita vissuta, spezzata come quel pane, versata come quel vino: deporre le nostre vesti, come del resto fece lo stesso Francesco, discendere verso l’altro, chinarci sui suoi piedi e accarezzarne le ferite, donargli ristoro e consolazione, come lui fece e chiese ai suoi frati di fare, darsi corpo e sangue, fino al dono della vita, «fino alla fine», non vivendo più per noi stessi, ma per la vita altrui.

Quanti esempi di questo genere, tra credenti e non credenti anche in quest’ultimo anno funesto. Quanto dono di sé da parte di tante persone che, coscienti o meno di seguire l’esempio di Gesù, si sono fatte suoi testimoni, altri cristi. La cena pasquale si rinnova prima di tutto lì dove risplendono storie di servizio e di donazione. Il Signore continua a donarsi così, «fino alla fine». Così sia.