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Sabato 21 febbraio 2026, la solenne traslazione dei resti di san Francesco dalla cripta della tomba alla chiesa inferiore della Basilica è stata seguita dalla celebrazione dei Vespri, presieduta dal card. Ángel Fernandez Artime, di cui riportiamo integralmente l'omelia:

«Carissimi fratelli e sorelle, mentre la liturgia ci condurrà nel deserto con Cristo tentato e vittorioso, viviamo un evento di grazia straordinaria: per un intero mese, in questa terra santa dove san Francesco d'Assisi ha vissuto e dove ha trovato sepoltura — è offerta alla venerazione dei fedeli l’ostensione del suo corpo, nell’ottocentesimo anniversario della sua morte.

L’ostensione del suo corpo non è uno sguardo nostalgico sul passato. È un invito forte e concreto per il nostro presente. Quel corpo, fragile e povero, ci ricorda che il Vangelo si vive anche con il corpo, con scelte reali, con gesti quotidiani. Francesco non ha amato un’idea di Cristo: ha amato Cristo povero e crocifisso, fino a portarne i segni nella carne.

Questo tempo perciò è un segno potente, ecclesiale, che interpella la nostra fede. Sarà un tempo di conversione e di grazia. È come se il Signore, attraverso questo segno, ci dicesse: “Fermatevi. Guardate. Lasciatevi toccare dal mio Amore”. Questo tempo non è un fatto consueto. È un tempo donato. È un appello per rientrare in noi stessi e ritrovare l’essenziale. E questa ostensione è come una grande icona quaresimale: ci pone davanti la concretezza della santità.

Quando Francesco sentì vicina la sua morte, chiese a un frate di leggergli il Vangelo. Non un brano qualsiasi, ma il capitolo 13 di Giovanni: “Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era giunta la sua ora… avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine”.

“Li amò fino alla fine.”

Queste parole accompagnarono Francesco negli ultimi istanti. Non chiese onori. Non chiese discorsi. Chiese il Vangelo. Perché la sua vita era stata questo: un continuo ascolto della Parola, un desiderio ardente di conformarsi a Cristo povero e crocifisso. Il servizio e l’amore che si abbassa sono il cuore della spiritualità di Francesco. Lui aveva fatto della minorità la sua forma di vita. Aveva scelto di essere l’ultimo. Aveva voluto vivere come servo di tutti.

E l’ostensione del suo corpo diventa per noi una predica silenziosa ma potentissima. Ci ricorda che si tratta di un corpo consumato dall’amore, segnato dalle stimmate, piegato dalla penitenza, ma luminoso di pace. Guardare quel corpo significa contemplare ciò che il Vangelo può compiere quando viene preso sul serio.

Mentre il Vangelo ci mostrerà, alle porte della Quaresima, Cristo nel deserto che rifiuta le seduzioni del potere, del possesso e del prestigio, Francesco appare come un uomo che ha realmente vinto quelle tentazioni. Ha scelto la minorità contro l’orgoglio, la povertà contro l’accumulo dei beni, l’obbedienza contro l’autosufficienza. Ha scelto il Vangelo contro lo spirito del mondo.

Un mese di ostensione è un tempo offerto alla conversione. Non siamo qui per curiosità, ma per lasciarci provocare. Cosa dicono a me queste reliquie? Cosa deve morire in me perché Cristo viva davvero? Quale deserto devo attraversare? La santità di Francesco è per noi come una bussola. Ci indica la via stretta che conduce alla gioia. Ci ricorda che la santità è possibile. Che il Vangelo è vivibile. Che la Pasqua passa attraverso la croce.

Sostiamo, contempliamo, preghiamo. E chiediamo la grazia di una trasformazione profonda verso l’amore di Dio e tra di noi. Anche Francesco ha amato fino alla fine. Fino alla nudità della terra. Fino alla sofferenza vissuta per amore. Fino alla lode finale.

Che Francesco ci accompagni nel nostro deserto quaresimale, perché anche noi possiamo giungere alla Pasqua con un cuore rinnovato». Amen