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Una meditazione di fra Marco Moroni, Custode del Sacro Convento, sulla raccomandazione di san Francesco ai suoi frati: essere sempre gioiosi, lieti e cortesi.

«E si guardino i frati dal mostrarsi tristi all’esterno e rannuvolati come gli ipocriti, ma si mostrino gioiosi nel Signore e lieti e cortesi come si conviene». In questo tempo di pandemia del quale non riusciamo a vedere la fine – come quando si percorre un lungo tunnel in autostrada – sembra del tutto fuori luogo far riferimento a questa frase della Regola non bollata di san Francesco. Come è possibile per tutti noi – frati e non – essere gioiosi e lieti mentre i contagi aumentano e molte persone muoiono, e tra queste anche nostri amici e familiari, mentre si perdono posti di lavoro, mentre ci vengono inibite possibilità che abbiamo sempre ritenuto indiscutibili? Come è possibile dar seguito alla raccomandazione che leggiamo in san Paolo, che in una sua lettera esorta: «siate sempre lieti» (1Ts 5,16)? Mi sono posto spesso questa domanda, perché sembra quasi scandaloso affermare che si può essere gioiosi anche in mezzo alla sofferenza, alla precarietà. Me la sono posta non solo per mestiere (si sa, i frati sono spesso chiamati a dire una parola buona, di fiducia di consolazione e di speranza...), ma perché per primo sento l’esigenza di una risposta, scoprendo che anche in me non sempre nascono pensieri di gioia.

Trovo la risposta però nella promessa del Vangelo – promessa di una gioia senza fine –, nella consapevolezza di essere da sempre pensati e amati da un Dio che è Padre, che vuole la felicità dei suoi figli e che compie tutto ciò che vuole. Certo, si tratta di accogliere la promessa come realtà che già si può sperimentare, sapendo che ogni gioia è frutto del passaggio per una “porta stretta” (cf. Mt 7,13), come avviene per un esame impegnativo e sofferto, come per la nascita di un bimbo, come è avvenuto per la stessa risurrezione di Gesù attraverso la porta della morte. Parlo ovviamente di una gioia che ha spessore e definitività, non di un sentimento superficiale, illusorio e passeggero di euforia o di piacere. Ho scoperto a questo proposito un piccolo metodo che può aiutarci a vivere già ora nella gioia e lo devo all’insegnamento di un grande artista, Vittorio Gassman.

Raccontava una volta che il bravo attore, mentre legge o recita una parte deve farlo col sorriso sulla bocca, anche se essa fosse drammatica o addirittura tragica. In questo modo la parola esce più “rotonda”, l’espressione si colora ed è più efficace. Ci ho provato e ho scoperto che funziona non solo per interessare gli spettatori ma soprattutto perché questo atteggiamento riesce a cambiare l’animo di chi recita. Certo, la nostra vita non è una recita, anzi è realtà a volte dura e tragica, ma è vero che se la si affronta col sorriso, mostrandosi gioiosi e lieti all’esterno, proprio come chiede san Francesco ai suoi frati, ciò aiuta anche la nostra interiorità e pian piano le dà forma. Non si tratta di “fare finta”, di autoilludersi, ma di esercitarsi ad anticipare la realtà, a leggerla con lenti diverse, riconoscendo già quella pienezza promessa che è ancora invisibile agli occhi».